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Intervento di Bruce Sterling alla conferenza COMMUNIA 2010 “University and Cyberspace”

Versione italiana dell'intervento di Bruce Sterling alla conferenza COMMUNIA 2010 “University and Cyberspace”, Torino, Giugno 2010

Buon giorno. È tutto vero: sono Bruce Sterling e sono uno scrittore di fantascienza. Sono molto contento di parlare a delle persone riunite per discutere di "Università e Cyberspazio". Inizierò descrivendo il mio rapporto con quest’ultima espressione.

Era il 1982 quando mi imbattei per la prima volta nel termine “cyberspazio”. Arrivava da Vancouver a casa mia, ad Austin, in Texas, in una busta spedita via posta. Dentro c’era la fotocopia di un manoscritto, battuto a macchina.

Il manoscritto, dove compariva tale termine, era un racconto di William Gibson, autore che all’epoca conoscevo appena, tramite amici comuni: nella nostra piccola Repubblica delle Lettere, il collega Gibson mi mandava un manoscritto con un racconto dal titolo era 'Burning Chrome'.

La prima volta che la parola “cyberspazio” compare in questo racconto, è parte di un marchio commerciale: si tratta di un computer del futuro, utilizzato da uno dei protagonisti. Il computer si chiama “Ono-Sendai Cyberspazio Seven”. L’hacker si serve di questo strumento di proprietà di una ditta giapponese, la Ono-Sendai.
Quindi, il termine “cyberspazio” compare la prima volta come termine commerciale.

A metà degli anni ’80, nell’epoca d’oro della realtà virtuale, proprio un imprenditore della realtà virtuale tentò di registrare la parola “cyberspazio” come se fosse di sua proprietà. Era come se stesse dicendo: “Ho il mio cyberspazio, mi appartiene e questo è il mio marchio”. William Gibson, allora, rispose con una causa legale: si recò un avvocato presso l’ufficio di registrazione dei marchi. Gibson intervenne per far sì che la parola “cyberspazio” rimanesse un termine di uso comune, un termine di pubblico dominio. È grazie a lui che qui potete usare la parola “cyberspazio” come titolo per questa conferenza. Se anni Ottanta qualcuno fosse riuscito a farlo proprio formalmente, oggi quel termine sarebbe scomparso.

Nel racconto di William Gibson figurava una battuta poi diventata celebre: “E' la strada a trovare sempre il modo migliore di usare le cose”.

Questa massima è diventata parte di quella che potrebbe definirsi la filosofia cyberpunk dello sviluppo tecnologico. Cosa vuole dire? Significa che quando si introduce un’innovazione tecnologica è impossibile conoscerne il modo in cui verrà usata e diffusa. Troppi sono gli attori coinvolti, troppe le implicazioni etiche, legali e sociali. Troppa la gente interessata, troppe le possibili modalità di utilizzo. Impossibile davvero tenerne sotto controllo lo sviluppo. Quel che si può fare è tentare di seguire ciò che ha fatto William Gibson: evitare che una nuova idea venga confinata in qualche angolo commerciale, decretandone, così, la scomparsa.

Che ne è stato, dunque, del termine “cyberspazio”? Il racconto di William Gibson venne pubblicato per la prima volta nel 1982, su una rivista che ora non esiste più. La rivista è chiusa e la macchina da scrivere usata da William Gibson per scrivere il racconto fa parte della tecnologia estinta.

Vent'otto anni dopo, l’ultima applicazione della parola “cyberspazio” è in questo simbolo, un logo. È l’unica immagine che utilizzo in questo mio intervento, ma credo sia davvero efficace, dal momento che contiene diversi insegnamenti tecnici, morali e sociali.

È questo il “futuro del cyberspazio” immaginato nel 1982. Dal 2010 al 1982: se dovessi tornare indietro nel tempo e dire al mio collega William Gibson cosa ne è stato di quel futuro, ne verrebbe fuori un racconto molto cyberpunk. Si tratterebbe, infatti, di ribadire che è la strada ad aver imposto un imprevedibile sviluppo alle innovazioni tecnico-sociali.

Cosa rappresenta, dunque, questo simbolo? Appartiene all'aviazione militare statunitense: è il logo degli “Operatori del Cyberspazio”, e in questo momento lo indossano trentamila unità. Ne esistono tre versioni: una per l'operatore quotidiano, uno per l'esperto e un altro ancora per il super esperto, il comandante della cyber-guerra. Si tratta in pratica di un emblema utilizzato dai membri effettivi dell’esercito USA.

Si potrebbe notare l’amara ironia di questa creazione di William Gibson, che da concetto cyberpunk, molto "bohémien" e centrato sul crimine informatico, oggi è diventato un logo luccicante.

A dire il vero, mi pare un simbolo molto interessante e graficamente ben fatto. C’è qualcosa che sa di futurismo italiano, c’è molto Marinetti e “dinamismo astratto”. In realtà somiglia parecchio all' "Aero-futurismo" di Marinetti del 1930, quando l’artista era ossessionato dal volo, dalla velocità e dall’elettricità. Credo che se Marinetti e i suoi amici del 1930 dovessero vedere questo logo, non ne sarebbero affatto sorpresi. Incarna un certo design che i futuristi italiani amavano già ottant’anni fa.

Eppure, sono circa trentamila i giovani che lo indossano, i vostri alleati della NATO.

Com’è successo che la parola “cyberspazio” sia stata adottata dall'aviazione militare degli Stati Uniti d’America? È una storia complicata, che merita di essere raccontata perché dimostra quanto sia difficile predire le modalità di utilizzo che vengono imposte dalla strada, dall'uso diffuso delle cose.

Negli USA sono due i maggiori organismi a livello federale per la sicurezza informatica: uno è la National Security Agency e l’altra è l’esercito. Ci sarebbe anche una terza entità – il dipartimento della Homeland Security – ma è talmente mal organizzato che perde sistematicamente tutte le battaglie politiche. Di conseguenza la polizia civile è, di fatto, accantonata e il confronto riguarda l’apparato spionistico e quello militare.

Perché, dunque, l’esercito ha adottato la parola “cyberspazio”? La prima ragione è per una questione di finanziamento, ma si tratta anche di un paradigma utilizzabile per sconfiggere le spie. Se al posto di “cyberspazio” usiamo termini quali “trasmissioni elettroniche”, “segnali”, flussi di dati”, “movimenti internazionali di tanti uno e zero”, “traffico che si propaga via cavo” e così via, è ovvio che questo tipo di attività abbia a che fare con la National Security Agency – che in pratica è uno spione elettronico, un intercettatore planetario.

Quelli della NSA spiano i segnali elettronici: è questo il loro lavoro. Lo fanno da quando gli Alleati vinsero la Seconda Guerra Mondiale decifrando Enigma; lo fanno con ECHELON; lo fanno con ogni tipo di sistema audio… Sono un gruppo segretissimo, sì, ma anche uno dei gruppi segreti più noti al mondo. Il personale della NSA lo si può incontrare in giro per Washington; si tratta di gente timida che, non avendo il permesso di viaggiare fuori dagli USA, rivela un qualcosa di assai provinciale. Una barzelletta su di loro dice che nella National Security un estroverso è qualcuno che guarda la tue scarpe invece delle sue.

Sono appositamente timidi e "geek": chi lavora alla National Security Agency è una spia e nessuno deve conoscerne l'identità. Per questo sono così modesti e ritirati.

C’è poi l’esercito, sempre assai preoccupato per gli attacchi contro i sistemi americani, e con un budget enorme a disposizione. È gente piuttosto sbrigative e non vogliono trasferire passivamente il controllo politico di quest’aspetto fondamentale della vita moderna a un gruppo di irresponsabili, a un gruppo di spie non esattamente trasparenti.

Dal loro punto di vista, pertanto, la parola “cyberspazio” è importante: lo “spazio” può essere difeso. Possono usare un’espressione tipo “il cyberspazio americano”, e un parlamentare è in grado di comprenderla; se dicessero “l’Internet americana” non avrebbe senso. Anche “Il Protocollo Americano TCP/IP” sarebbe un ossimoro e non funzionerebbe. Hanno bisogno di uno “spazio”, perché serve il concetto di uno spazio difendibile, di qualcosa che si possa controllare materialmente. Come se fosse una fortezza che può essere attaccata e che loro possano difendere. È così che hanno fatto, ed è il motivo per cui esiste questo simbolo del cyberspazio.

In pratica i giovani militari che portano questa spilletta fanno lo stesso lavoro di quelli che lavorano per la NSA, solo che, invece di spiare semplicemente dei segnali, sono addestrati a difendere i sistemi USA dagli attacchi esterni, e anche ad attaccare i computer di altri Paesi.

La NATO il luogo primario dove si svolge questo tipo di attività è nel centro di ricerca per la cyber-guerra in Estonia. È la maggiore unità NATO per la guerra elettronica. Di recente uno dei fondatori di questa unità è passato ai russi. È sempre stato una spia russa, una tipica storia degli anni ‘80. Una storia davvero affascinante, potrei parlarvene per ore. Ma quello che voglio farvi capire oggi è la natura delle conseguenze non volute nel lungo periodo. Perché questo logo del “Cyberspazio” incarna il futuro, concreto, reale e a lungo termine, dell’idea lanciata da William Gibson nel 1982.

Non importa cosa ne dica William Gibson. Lui non è certo il Pentagono. La battaglia politica si svolge in territori completamente diversi dai suoi racconti. A loro non importa da dove provenga la parola “cyberspazio”. La usano in una lotta di potere sotterranea che coinvolge miliardi di dollari. Questo è il futuro del vero cyberspazio.

Qualcuno potrebbe dire: questa è una storia fuori del comune – qualcosa di bizzarro che accade negli Stati Uniti. Bene, vorrei che prestaste attenzione a questo foglio che è stato dato a tutti voi, presenti a questa conferenza. Sul foglio si legge: “Perché devo mostrare il passaporto per poter avere accesso a Internet in Italia?”

In realtà è lo stesso fenomeno. Non si tratta di “cyberspazio”, ma è una conseguenza a lungo termine di importanti decisioni governative. Nel 2005, quando la Guerra al Terrorismo era più sentita, i legislatori italiani hanno pensato che sarebbe stata una buona idea registrare tutti quelli che volevano usare Internet in Italia.

Fino a un certo punto è stato fattibile. Creare un’infrastruttura del genere è possibile. Io sono uno straniero in Italia. Ogni straniero in Italia, che sia o meno un terrorista, può avere accesso a Internet. Il risultato più rilevante e pubblicamente visibile di questa decisione politica è che, ad esempio, un gruppo come il vostro oggi scusarsi con gli stranieri.

Questo foglio suona un po' come una scusa: “Ospiti stranieri in Italia, siamo davvero spiacenti che le cose stiano così”. È scenario che comporta strane umiliazioni.

Ci sono aspetti dell'ambito elettronico italiano che sono brillanti. Mi piace molto TOPIX, un consorzio per lo sviluppo del traffico Internet qui in Piemonte. TOPIX è composto da gente dinamica, un gruppo di persone davvero in gamba.

Però, prendendo una decisione del genere, e portadolci avanti nel lungo periodo, si costruisce una società priva di wi-fi pubblico. A quel punto è garantito che, non appena gli stranieri cominceranno a chattare nei social network, la prima cosa che diranno dell’Italia sarà questa. Diranno tutti: “Ragazzi, è stato proprio difficile accedere in modo semi-legale a Internet in Italia!” E si trasformeranno in una gigantesca macchina di pubbliche relazioni che farà sembrare l’Italia antiquata.

Incluso William Gibson, che fra l'altro è anche su Twitter, e mi segue, e per quest'occasione ho usato l'hashtag #communia. Ciò vuol dire che William Gibson legge quanto va accadendo in quest'aula. Non è più una cosa distante e remota, perché siamo tutti seduti uno di fianco all’altro.

Esiste una differenza fra essere deliberatamente antiquati ed esserlo in modo accidentale. Questa politica rispetto alla Rete italiana è accidentalmente antiquata, mentre esserlo in maniera deliberata può risultare assai promettente in termini di cyberspazio.

Il Cyberspazio è un’idea del passato. È vecchia di 28 anni, precede il World Wide Web e parecchie altre idee: non è un concetto recente.

Il sistema universitario ha 900 anni. Tutti gli italiani sanno che il sistema moderno universitario è nato a Bologna. È molto più datato degli Stati-nazione. Il sistema universitario vanta una tradizione enorme, quasi millenaria. Conta diversi aspetti che possono essere considerato antiquato. L’Università ha delle cose buone, costruttive e antiquate.

Internet è stata usato per la prima volta alla UCLA, University of California, Los Angeles. Internet è stata messa a punto per la prima volta in ambito accademico, non dall’esercito, né dal mondo commerciale, né dal governo, ma all'interno di una università. Facebook, oggi il più grande social network del mondo, è stato creato per gli studenti di college. Facebook è un annuario scolastico che in qualche modo è andato fuori controllo. Adesso conta più iscritti della maggior parte delle nazioni del G7. Gli studenti di college, sia ben chiaro, non le facoltà, non il rettore: Facebook riguardava soltanto gli studenti.

il World Wide Web è stato inventato al CERN di Ginevra. Una volta ho incontrato qualcuno del CERN. Mi hanno detto: «Oh, se invece di usare le lettere “http”, che in realtà non dicono niente, avessimo optato per "CERN", ci saremmo fatti pubblicità ogni volta che qualcuno sarebbe andato sul Web!»

Hanno perso l’opportunità di agganciarsi a quest'esplosivo sviluppo. A dire il vero però il CERN non avrebbe potuto neanche usare il proprio nome, perché, è risaputo, CERN vuol dire, Centro per la Ricerca Nucleare Europea. La lettera N sta per “Nucleare” e il CERN ha 60 anni.

Se andate al CERN vedrete che hanno metodicamente rimosso ogni riferimento alla parola “Nucleare”. All’inizio, quando è stato fondato, dopo la Seconda guerra mondiale, era molto eccitante e sexy essere “Nucleare”. Perché vigeva l’era atomica e loro erano “nucleari”, in modo assai simile a come voi oggi siete il “cyberspazio”.

Loro erano “nucleari”, ma poi sono passati 60 anni, e chi vuol essere nucleare nella società contemporanea? Così la gente del CERN deve censurare il proprio nome.
Anche se la loro domanda accademica – la loro domanda vecchio stile, “Qual è la vera natura della materia?” – questa domanda è vecchia come l'Antica Grecia. È il loro nome, “nucleare”, che non può durare. È la cornice, il paradigma che non può durare.

Proprio la cosa che sembrava “futurista” quando è stato creato il CERN, in breve tempo è diventata antiquata. E perché mai? Perché “L’Era Atomica” non è stata davvero un’era. L’era atomica è stato un periodo culturale piuttosto breve. Forse venti, venticinque anni – rivelando segni d'anzianità già a dodici, tredici anni.

Adesso l’era atomica non solo è vecchia, ma antiquata in maniera repulsiva. Oggi se dici a qualcuno, “Sono un cittadino dell’Era Atomica!”, ti guarderanno in modo decisamente strano. Ciò vale anche se siamo davvero cittadini dell’era atomica. Usiamo l’energia nucleare, costruiamo nuovi impianti nucleari, abbiamo armi nucleari e l’intera infrastruttura dell’era atomica. Ma non abbiamo la struttura mentale dell’Era Atomica, perché non è stata propriamente “un’era”.

Non esiste alcuna “Network Age”. Il vostro slogan è “Ristrutturare le istituzioni delle Conoscenza per l’era della Rete, del network”. Ma non c’è un’era della Rete. Esiste semmai un breve periodo della Rete, un po’ come l'era atomica del CERN – se non più breve, probabilmente. È come l’era dell'automazione, del jet supersonico… è probabile possa durare sui dieci anni. Come l’era della super-autostrade dell’informazione, “l’era” delle dot.com.

Solo che è davvero enorme. Questa particolare innovazione – che oggi definiamo “networking”, e una volta si chiamava “cibernetica” o “digitale”, oppure “virtuale” – tutti termini che invecchiano facilmente – ha penetrato ogni istituzione moderna, senza eccezione.

Ci sono state cose che sono riuscite a sfuggire all’automazione. Alcune che sono riuscite a evitare l’elettrificazione. Ve ne sono molte che sono riuscite a non diventare nucleari. Niente – almeno nel senso di cose che interessano un po' tutti – è sfuggito al networking.

Perfino le cose intime, come la struttura della famiglia. Normalmente l’ambito privato era sacrosanto, libero dalle intrusioni industriali. Ma guardate la vita comune delle famiglie moderne. La gente comunica usando aggeggi come i cellulari. Questo è il vernacolo elettronico della famiglia del XXI secolo. Parli con tua moglie, tuo marito, segui i figli, vedi se la nonna ha bisogno d’aiuto, tutto grazie ai cellulari. L’intimità del focolare domestico è stato sconvolta da questa novità: non c’è più ragione per cui la famiglia si raduni in quel modo tribale.

Anche il corteggiamento è cambiato. La gente trova il proprio partner su Internet. Oggi c’è un esplosione di persone che sposano uno straniero. Si è sempre voluto sposare uno straniero, ma era burocraticamente difficile. Non più. Oggi puoi trovarti facilmente di fianco a qualche straniero. L’unica cosa che devi fare è seguirne il flusso vitale. Saprai cosa mangia, l’aspetto della sua casa. Puoi fare amicizia con il suo cane. Non importa se sta in Norvegia.

L’esercito si è trasformato. Appena un esercito comincia a sostenere di avere un potenziale aggressivo nel cyberspazio, una capacità di attacco militare elettronico, scoppia all’istante una corsa all’armamento. Viene addestrata una generazione di combattenti elettronici, e non solo negli USA. Succede ovunque, proprio in questo momento.

E poi c’è l'economia, naturalmente. Abbiamo visto cos’è successo all'economia elettronica. Una storia terribile.

La scienza. La prassi della citazione è stata letteralmente capovolta dal digitale. La pubblicazione di ricerche scientifiche cartacee: che senso ha, in un mondo dove la carta non esiste più? Gli scienziati non possono farci niente – è un colpo alle radici di questa struttura della conoscenza.

Ovviamente sappiamo tutti che l’editoria sta andando a pezzi.

La televisione e in generale l'informazione versano in uno stato terribile. Le testate sono state scosse violentemente da Internet. Un numero incredibile di giornalisti ha perso il lavoro nel corso degli ultimi anni. I giornali stanno chiudendo in tutto il mondo, e solo pochi ne stanno nascendo. I canali d’informazione vanno sparendo. I “canali” stessi stanno scomparendo. I “media” vanno sparendo – non ci sono più i “media”, nel senso che io sto da una parte e voi da un’altra, e qualche “medium” trasporta il messaggi fra di noi. Adesso esiste solo la Rete o “lo Spazio”.

La produzione manifatturiera va trasformandosi, e naturalmente è cambiato anche il commercio. La pubblicità è in un analogo stato di pericolo. La religione è cambiata, con l’avvento dei telepredicatori e delle altre forme di religione elettronica.

La diplomazia è cambiata. La gente non ha bisogno delle ambasciate quando può connettersi direttamente agli abitanti di altri Paesi. Perché dovrebbero avere bisogno di questo medium, di un diplomatico nella piccola fortezza in un Paese straniero?
Il cinema è cambiato, l’arte è cambiata, la musica ha sofferto un colpo dal quale forse non riuscirà più a riprendersi. Perfino l’agricoltura si è trasformata – lo slow food, il fast food, le multinazionali tipo Monsanto...

Naturalmente anche le università andranno soggette a dei cambiamenti. Ma vorrei mostrarvi cos’è successo ad altre istituzioni che si sono “ristrutturate per l'era del Network”. Non è affatto una bella storia, e non è affatto una storia di successo.

Abbiamo forse un'economia migliore? Abbiamo un esercito più efficiente? O un sistema legale migliore? Scriviamo forse dei romanzi migliori? Vediamo film migliori? Forse le nostre industria sono più pulite ed efficienti? I media ci raccontano la verità? L'editoria fiorisce e i diplomatici portano forse la pace nel mondo? Il cibo è sano e sicuro da mangiare? Le nostre famiglie godono di maggiore salute?

A cosa state moralmente collaborando, qui? La storia delle banche elettroniche dovrebbe farvi riflettere almeno un po’. “La banca elettronica e l’università elettronica”, “Ristrutturare la finanza per l’era della Rete”. È stato davvero questo gran successo? Guardate i danni provocati alla gente da questo fallimento.

Qualcuna di queste istituzioni è per caso riuscita a resistore alle intrusioni della Rete? La risposta è no. Non esiste un centro di resistenza a questa dinamica. Ha spazzato via ogni ostacolo incontrato. Non esiste un singolo gruppo coerente con dei validi argomenti politici, commerciali o ideologici contro quest'avanzata. Sono stati spazzati via tutti. È come cercare di far fronte al cambiamento climatico. È un mutamento di enorme portata, soverchiante.

La Rete non assomiglia affatto a un dispositivo. Assomiglia molto di più a un movimento nazionalista, o a una religione. È come l’Impero romano mentre viene travolto dal Cristianesimo. È come guardare la nascita degli Stati-nazione. Appena hai uno Stato-nazione, tutti gli altri vogliono avere uno Stato-nazione. Alcuni prendono tempo per farlo, come l’Italia – ma alla fine tutti finiscono con uno Stato-nazione. Devi proprio averlo, oppure non sei OK. È così che stanno le cose.

Ciò non vuol dire che la Rete sia una cattiva idea – non più di quanto non lo fosse il cyberspazio. In realtà il cyberspazio era un’idea di fantascienza assai positiva. Ricordo la prima volta che ho contemplato quel concetto – ho pensato, “Questa cosa crescerà, e anche parecchio!”

Questa idea del cyberspazio era sexy e molto attraente. Ma se leggete le opere originali di William Gibson sul cyberspazio, vedrete che la sua idea iniziale aveva a che fare con l’allucinazione. La versione originale del cyberspazio è un’esperienza all’interno della testa della gente. È un esperienza indotta nei cervelli delle persone da un’interfaccia cervello-computer.

Ed è una idea di "science fiction" davvero buona. Ha poco a che fare con gli ultimi esiti raggiunti dall’aviazione militare statunitense. Se nel 1982 un professore universitario avesse letto questo racconto di William Gibson, cercando di prevedere il futuro, si sarebbe concentrato sull'interfaccia cervello-computer. Praticamente quella tecnologia in trent’anni non è ancora andata da nessuna parte. Se voi qui aveste provato a “ristrutturare le istituzioni della conoscenza rispetto al cyberspazio” quando quel termine venne introdotta per la prima volta, avreste completamente fallito.

Avreste fatto una figura da zimbelli. E così che va il mondo. Non voglio prendermela per questo, né passare per cinico. È stata una buona idea per William Gibson scrivere un brillante racconto di fantascienza. Anzi, ne servono di più, non di meno. Voglio solo mettere a nudo le conseguenze a lungo termine di attività di questo genere.

Al momento però io non sono la persona giusta per farlo. Ora come ora ci sono per la precisione quattro persone che lo fanno, e che prendo molto sul serio come scrittori.

Sono Nicolas Carr, che ha scritto il famoso saggio su Google che ci renderebbe stupidi. E Andrew Keen, conosciuto come l’Anticristo di Silicon Valley. Jaron Lanier, uno dei pionieri della realtà virtuale ed ora critico della cultura di Internet e delle sue logiche in ambito creativo. Ed Evgeny Morozov, un dissidente bielorusso che è diventato un esperto americano sulle politiche relative a Internet.

Questi tizi – Keen, Lanier, Carr e Morozov – sono dei critici culturali di Internet. Io non sono uno di loro, anche se presto attenzione a quanto fanno. Non sono d’accordo con quello che dicono. Ma il tempo darà loro ragione. Il tempo è dalla parte dei critici di Internet perché ci sarà un riassestamento devastante della “Network Age”. Nello stesso modo in cui vi sono stati riassestamenti devastanti dell’era del jet e dell'atomica.

Si è parlato parecchio in questa conferenza dei “nativi digitali”. Oggi abbiamo persone che sono veramente cresciute all’interno di Internet, e che sono probabilmente qualcosa di simile a dei nativi digitali. Ma non li considero davvero tali, perché hanno tuttora una certa esperienza di un mondo analogico.

Secondo me, il primo vero “nativo digitale” sarà quella persona che attaccherà la società digitale. Sarà un critico che attaccherà la società digitale, invece di abbracciarla come fanno i “nativi digitali” di oggi. Non dirà, “Bene, io sono digitale e giovane, mentre voi siete vecchi e analogici”. No: sarà una persona digitale e giovane e idealizzerà il vecchio e l’analogico.

Paragonerà il passato al suo mondo, e disprezzerà quest'ultimo. In altre parole, sarà un nativo digitale arrabbiato, ce l’avrà con le lacune della società digitale. Farà paragoni dettagliati con le sue idee di un passato idealizzato.

Il primo vero nativo digitale sarà una persona che dirà “La gente analogica era più civilizzata di noi. Una volta, quando c’era la televisione in bianco e nero, i quando giornali cartacei, quando c'erano persone capaci, concentrate, con le loro gerarchie – quelli sì che erano i bei tempi passati”.

“Dobbiamo ritrovare le virtù di quel tempo perduto… dei nostri bis bis nonni”.

Ovviamente – ve lo posso garantire – quest’uomo, questo nativo digitale, non avrà la minima idea di cosa stia dicendo. Non avrà mai visto il mondo del XX secolo. Gli appariranno in una nebulosa foschia storica. Apprezzerà e idealizzerà queste cose perché sono morte. E anche perché potrà usarle come una frusta retorica contro i suoi pari. E avrà ragione. Perché la sua società infestata dalla Rete avrà bisogno di un'imponente riforma. Rifarsi a una situazione analogica e fare paralleli storici è un buon modo per riformare una società.

Sto aspettando questa persona. Io non sono lui. So che sta arrivando. Potrebbe essere una donna. La sto aspettando. Sto aspettando tutto il suo gruppo di auto-coscienza femminista. Sono pronto ad accettarli – lui o lei – voglio aiutarli. Voglio aiutarla. E cosa dirà?

Dirà che questo mondo è emergente, e interconnesso. Che è una topaia. Che è dominato dalle masse. Che è debole. Che sta crollando. Che è ossessionato dai guadagni a breve termine.

Dirà che questo mondo è come una favela. Che è arrampicato sui residui di una città morta. Che il suo mondo è come un'imprevista periferia. Dirà che è come una città nella febbre dell’oro.

Prenderà tutte quelle cose che giustamente Joi Ito ci ha detto essere delle virtù. La costruzione leggera, gli strati del software, il sistema immunitario. La prassi di provare molte cose, di lanciarle in pasto al pubblico, di fallire subito, fallire spesso... le cose che costituiscono l'autentica filosofia del moderno sviluppo di Internet. Modalità veramente efficienti, economiche, veloci per costruire una "network society", le cose che abbiamo creato che funzionano. Queste saranno le cose che lui prenderà a criticare, per le loro conseguenze a lungo termine.

Come si sembreranno queste critiche? Beh, faranno proprio male. Ne saremo proprio feriti.

E' come se foste torinesi e aveste costruito macchine per cent’anni, e poi un ambientalista viene a sgridarvi di brutto. Non perché non sapevate fare le macchine. Ma perché eravate troppo bravi a farle. Eravate la capitale della produzione di autovetture in Italia. La capitale industriale d’Italia. La città del boom automobilistico italiano. Lo siete stati per buoni cent’anni.

Cent’anni.

La capitale del traffico.

La capitale degli incidenti d’auto.

La capitale della distruzione dell’atmosfera planetaria, dell’estinzione di massa, dei combustibili fossili, della guerra del petrolio.

Ecco come sembrerà. Perché il giudizio della storia è senza pietà.

Quindi, potreste chiedermi: sapendo che ciò può succedere, e so che può essere detto, perché mi piace così tanto Torino? Perché vivo a Torino?
È perché conosco la gente di Detroit. Conosco molta gente a Detroit. Non c’è mai stato un collasso in una città del Nord-America come quello di Detroit. Dal crollo delle antiche città Maya, nell'America del nord non è mai crollata una città con tanta forza, velocità e facendo così poco per salvarsi.

Io vengo a Torino per imparare. E a Torino imparo qualcosa di nuovo tutti i giorni. Le conseguenze a lungo termine sono lì che ci aspettano.

Questo è un pubblico di accademici. Parlando dell’istruzione degli studenti... Cosa fareste con loro, se doveste ragionare a lungo termine sul loro futuro? Che tipo di filosofia adottereste? Vi prego di pensarci. Domandatevi: che tipo di persone guiderà il mondo quando avrete ottant’anni?

Avrete ottant’anni, diciamo fra una trentina d’anni – quindi non tra così tanto tempo. La parola “cyberspazio” ha già quasi trent’anni. Quando un giorno voi ne avrete ottanta, sarete vecchi. Vecchi e fiacchi e ciechi e con poche energie.
Il mondo sarà governato dai vostri studenti. Che tipo di abitudini di pensiero e azione vorreste che avessero?

Bene, insegnategliele adesso. Insegnate loro quelle cose adesso. Mostrate loro come guidare il mondo quando voi avrete ottant’anni. Insegnateglielo adesso, quando hanno bisogno di voi, perché quando avrete ottant’anni non avranno più tanto bisogno di voi.

Direste forse, ”Vorrei che avessero l’iPhone più recente?” Io personalmente vorrei davvero avere un iPhone ultimo grido. Nella nostra società la gente desidera con tutta la forza di avere l’ultimo modello di iPhone. Si metteranno in fila alle tre del mattino per averlo. Ovviamente questa è una delle cose di maggior valore nella nostra società. È importante tanto quanto il sesso o il denaro.

Perché non date ai vostri studenti un Apple IIe? Perché assomiglia a un iPhone di trent’anni fa. Assomiglia proprio a un Apple IIe.

Se vedeste un Apple IIe, se ce fosse uno proprio qui sul palco, con i suoi floppy disk, il drive e lo schermo a fosfori verde con ottanta colonne... Lo prendereste?
Vi chinereste e lo portereste a casa? Avrebbe forse un qualche valore per voi? Lo vorreste a casa vostra? Lo fareste vedere a un amico o un bambino? Lo dareste a un amico, sperando che desideri averne uno?

Bene... è ciò che sarà diventato l’iPhone quando avremo ottant’anni. Proprio così.

Cosa fanno davvero le università per i giovani? Qual è l'obiettivo di un giovane che frequenta l'università? La mia sensazione è che si tratti sempre dello spirito di una certa generazione. Non si tratta in realtà di quello che i professori dicono agli studenti in aula. Questa è una cosa acquisita: loro devono seguire le lezioni, sostenere degli esami. La vita universitaria è invece ciò che membri di una generazione vanno raccontandosi tra di loro.

È il corpo studentedesco a costituire la parte importante dell’università. È quello il suo corpo. Il cuore e la pelle e gli organi sono gli studenti. È la loro opportunità per pensare da soli sulle questioni di fondo della nostra civilizzazione.

Non devono guadagnarsi da vivere. Sono giovani, svegli, creativi. Sono alla ricerca della propria identità. Tentano di assicurarsi un ruolo da adulti nella società. Cercano di scoprire cosa vogliono fare per il resto della vita.

È un’opportunità per sposarsi, il che succede molto spesso nelle università. Non puoi ottenere nessuna di queste cose senza l’aiuto degli altri studenti. Niente di tutto ciò può essere trasmesso elettronicamente: non funziona proprio.

Le università sono macchine per liberare i genitori dai figli. Si tratta di famiglie che buttano fuori casa una bomba di diciott’anni. Questo è uno dei servizi non esplicitati forniti delle università. E senz'altro un servizio non dichiarato della scuola, dall'asilo al liceo – si tratta di liberare la capacità produttiva dei genitori. Si tratta di spostare i bambini negli asili. Non è poi così importante se a scuola imparino o meno qualcosa. I genitori devono andare a lavorare; devono produrre beni per il resto della società.

Le università sono anche un metodo per ridurre i conflitti inter-generazionali. Permettono alla nuova generazione di trovare il proprio spirito del tempo. Se rimuoviamo questa capacità, che ha davvero poco a che fare con il “cyberspazio”, la società dovrà fare i conti con forti turbolenze.

Non si tratta solamente di apprendere o di insegnare: è una scuola di vocazione. Le scuole di vocazione hanno a che fare con l’apprendimento e l’insegnamento: le scuole industriali, l’addestramento degli impiegati sono così. Questo però non è l’università. L’università non è stata così per novecento anni.

Sono valori intenzionalmente antiquati che credo voi dovreste sposare e sui quali costruire. Sono i valori che possono sopravvivere all’era del network. Ciò implica il fatto di passare la torcia della civilizzazione alle generazioni future.

È una questione difficile. È un qualcosa che non abbiamo mai codificato e che non possiamo nemmeno realizzare grazie al software.

Vado nelle scuole e sono stato nelle università… ma adesso non ci vado più, perché, anche se imparo ogni giorno qualcosa di nuovo a Torino, non sono una persona giovane. Non ho una vita intera per mettere in pratica le mie conoscenze. Quando vado a scuola devo insegnare.

E cosa insegno? È sempre il futurismo. Sempre quello che potrebbe succedere a lungo termine, quando posso insegnarlo.

E cosa accadrà dopo l’era della Rete? Molto. Oggi ci troviamo quasi esattamente nella stessa posizione dei nostri antenati del 1910, quando parlavano di elettricità, del volo e della produzione industriale di massa.

Nel 1910 si era molto consapevoli dell'aviazione, dell’elettricità, della produzione di massa e delle automobili. I giornali ne erano pieni; gli aviatori diventavano famosi, l’elettricità acquisiva importanza e si diffondeva ovunque, i nuovi metodi industriali esplodevano – loro ne sapevano quanto voi di questi cambiamenti cruciali per la loro società. E la loro capacità di comprendere il mondo a ottant’anni? Di prevedere il mondo degli anni ‘40, nel 1910? Direi che fosse poco verosimile.

Molti dei modelli che avete ideato per poter capire la "network society" sono destinati a essere accantonati. Alcuni lo sono già. Sono morti, obsoleti. E vi consiglierei di dimenticarli sempre più.

Dimenticate il commercio online dei beni, la dicotomia fra virtuale e reale, tra spazio reale e cyberspazio, tra il mondo concreto e di quello simulato, del mondo online e di quello offline, del mondo stampato e di quello pubblicato elettronicamente. Queste divisioni saranno un artefatto datato. Non dicono quasi niente a un nativo digitale. Stanno scomparendo. Ora siamo testimoni di una versione integrata, ibrida, pervasiva, aumentata, fisicizzata, informatizzata, incorporata di queste cose... Come una distinzione scolastica, non farà più testo.

Stiamo entrando in un mondo che assomiglia di più al ghiaccio, all’acqua e al vapore – non al reale e al virtuale.

Qual è il trend dominante? Bene... forse qui posso essere d’aiuto. Pensate a quelle parole, a quei paradigmi della vostra "era del network". Mainframe. Desktop. La superautostrada dell’informazione. La Rete. Il Web. "The Cloud".

Cosa suggeriscono queste metafore se le mettiamo in fila? È un reticolato sempre più sottile. Il mainframe è da solo nella sua scatola. Il desktop è a casa, e ce sono molti altri. Poi la superautostrada li connette, ed è un canale e un medium. La Rete è un reticolo. È stesa sulla cima, divide il mondo con una griglia. E poi il Web cresce come una ragnatela, si espande ovunque, è sottile, appiccicosa, non puoi evitarla.

E la nuvola, "The Cloud", è come una nebbia. Senza fili. Pervasiva, presente ovunque. È nelle nostre tasche, sotto il cappello; è nell'orecchio come un auricolare Bluetooth, è inserita negli oggetti.

Cosa verrà dopo tutto ciò? In realtà non abbiamo un termine per definirlo. La realtà diffusa sempre accesa e localizzata. Qualcosa del genere. Nessuno ha ancora coniato un termine per ciò che verrà dopo "The Cloud". Stiamo ancora tentando di spiegare cosa sia in realtà “The Cloud” – c’è quella di Amazon, di Microsoft, la nuvola senza fili del WiMax urbano, la nuvola dell'informatico cittadino…

Ovviamente questa "clou" è già qui, e ovviamente non sappiamo ciò che verrà dopo. Posso garantirvi che quando verrà ciò che viene dopo, la gente dirà, “Siamo appena agli inizi”. Non che sia una cosa completa e finita, ma che è appena cominciata. “L’istituzione della conoscenza che va ristrutturandosi per la realtà diffusa sempre accesa e localizzata”. E avremo nativi di tale realtà sempre connessi. Gli ideologi vorranno riformulare tutto per poter capire questa nuova situazione. Ve lo posso garantire.

Queste reti interconnesse vanno diventando sempre più raffinati. Non credo che potremo mai fermarli. Vi abbiamo investito un sacco di soldi. Ci sono alcuni imperativi sulla falsariga della legge di Moore che chiariscono questa linea di sviluppo. Tutti noi in questa stanza possiamo fare poco o niente per formare questa dinamica. È una dinamica connaturata al paesaggio. È parte della nostra condizione tecno-sociale. È quanto sta accadendo.

Vorrei però farvi notare qualcosa in quest'elenco di metafore. Le metafore vecchie muoiono. Non vivono in eterno. Muoiono. A nessuno importa dei mainframe sulla superautostrada dell’informazione.

Se andate dal vostro Preside e gli dite, “Vogliamo ristrutturare la nostra Istituzione di Conoscenza per la superautostrada dell’informazione”, vi taglieranno tutti i fondi. Vi prenderanno per matti. E vi butteranno fuori.

Le vecchie metafore muoiono… e la superautostrada dell’informazione non è neanche così vecchia. Al Gore, che ha inventato la definizione, è tuttora una figura politica attiva. È perfino coinvolto in scandali sessuali: è così giovane e vitale Al Gore!

È l’idea stessa che è morta e defunta. E siamo destinati a sopravvivere a molte idee di questo tipo. Tante. Il network cambia molto più velocemente di quanto possano fare le istituzioni della conoscenza. Non potete ristrutturare un’istituzione vecchia novecento anni con la velocità in cui questi network ristrutturano se stessi. E muoiono. Voi non volete morire.

Ora, la metafora del cyberspazio ha trent’anni. Vedete da voi quanto sia stata alterata dal passare del tempo. Non è male che queste cose accadano, ma dovete capire che queste formulazioni storiche sono mortali. Non sono false. Non vuol dire che “la superautostrada dell’informazione” non sia mai esistita. È esistita. Ha ottenuto finanziamenti federali. Ci sono state mozioni politiche che la riguardavano, testi giornalistici. Non è falso, solo mortale.

Meglio però non legare il vostro destino a cose così mortali. Le università devono avere nella nostra società una collocazione tale per cui i giovani, che sanno così poco – persone giovani, innocenti, ignoranti – vengano posti in contatto diretto con contatto con le cose che sono meno mortali di noi stessi. Meno mortali di noi, non più mortali di noi.

È qualcosa di più mortale di uno studente – più mortale di un'istituzione – è come mettere un piccione sulla testa di una statua. Ora, un piccione può volare. Mi piacciono i piccioni. La gente gli dà da mangiare. Un cellulare è come un piccione – è mobile, dura circa tre anni, poi muore.

Voi non volete porre una statua sulla testa del piccione. Potete mettere un piccione sulla testa di una statua, ma non costruire una statua in testa ad un piccione. Il piccione non può sostenerla.

Internet morirà. L’idea di Internet, la storica formulazione di Internet, è destinata a morire in seguito al suo stesso successo. Non perché non sia riuscita a funzionare, ma perché ha vinto, e quindi ha finito per seppellirsi nel tessuto della vita quotidiana.

Se vi proiettate a una cinquantina d’anni da oggi e chiedete, “Dov’è la vostra Internet?”, questa domanda non avrà senso. Sarà come andare oggi in giro a chiedere alla gente , “Dov’è il vostro impianto elettrico?” Ma perché dovrei saperlo? È qui, è ovunque... è sempre acceso.

Internet morirà. Anche i dati che sono su Internet moriranno, se non saranno ben custoditi. Non abbiamo archivi per tutti quegli uno e zero. Non esiste un singolo metodo di archiviazione valido per gli uno e zero che potrà durerà, a quanto ne sappiamo, per 50 anni.

E cinquant’anni sono niente! Un vero archivio dovrebbe durare duecento anni. Forse quattrocento anni, se conservato al riparo dall’umidità e dalla luce, in un luogo asciutto. Non abbiamo nessun strumento del genere. Li distruggiamo più in fretta di quanti ne costruiamo. Pensiamo che, dato che abbiamo “enormi” spazi per l'archiviazione questi siano anche “permanenti”. Il che non è vero.

Potete parlarne ai responsabili delle biblioteche. Parlatene con il personale della Biblioteca del Congresso USA. Abbiamo “strategie di migrazione” per i dati. Non abbiamo un luogo sicuro dove piazzarli e lasciarli al sicuro. Abbiamo solo delle politiche istituzionali che dicono: “Ogni cinquant’anni tentiamo di trasportare tutto dai server dell’università per spostarli su qualche altro server”. “Migrazione” è come un’orda di profughi dispersi. Questo non è un buon metodo per trattare i dati.
Di certo non è il modo i cui gli studenti dovrebbero trattare i dati. Eppure state ipotecando il vostro futuro con un metodo di trasferimento dei dati che non ha archivi. E le difficoltà qui sono grandi e molto, molto profonde.

È come ignorare il Vesuvio. È come se ci fossimo spostati dall’Italia del Nord all’Italia del Sud. La transizione dall’attuale al virtuale in realtà assomiglia proprio a questo. È come spostarsi dalle pianure fertili della Padania alle pendici del Vesuvio.

E non è che capiti un solo terremoto. Non che prima sia esistito un vecchio mondo analogico, poi sia arrivato un terremoto e alla fine si sia costruito un nuovo mondo digitale. No. Quando vivi nel nuovo mondo digitale, si vive sulle pendici del Vesuvio.

Arriva un terremoto e poi un altro ancora. Eruzione dopo eruzione. La città viene rasa al suolo, ricoperta di lava, poi tutti la ricostruiscono finché viene distrutta di nuovo. Non esiste alcuna destinazione sicura in base a cui ristrutturare la vostra istituzione, fine. La terra è insicura di per sé.

Questo è successo grazie alle nostre virtù, non per la loro mancanza. È successo proprio come nella eloquente descrizione di Joi Ito, sul modo in cui costruiamo queste cose. E' così che effettivamente le costruiamo queste cose: in stile favela.
Pezzetti messi insieme in modo approssimativo: ecco cos’è una favela. Fallire presto, fallire spesso: questo è una favela. Gruppi di lavoro distribuiti sul wiki: queste sono "favelas". Istituzioni con fondi basati su cicli di tre anni, così che possano avere delle buone idee su qualcosa e poi sparire: questa è una favela. Non è veramente una “Istituzione della conoscenza”. È una tenda da circo.

E l’abbiamo fatto noi. E finiremo per pagare un prezzo a lungo termine per questo.

Va bene così. La storia passa. Fa tutto parte della grande parata. Questo è il mondo nel quale viviamo: credo solo che gli studenti debbano capire questo mondo.

E adesso consentitemi di concludere raccontandovi una parabola di fantascienza.

Immaginate di essere il Rettore dell’Università di Pompei. Pompei nell’anno 100 d.C. È una città italiana turistica davvero bella. È sul mare. Molta gente ricca ha delle ville per le vacanze. È piena di ragazze belle, uomini ricchi, aranci, vino, ci sono i turisti e c’è uno stadio per lo sport molto bello, dove i gladiatori vengono ammazzati. Voi siete il Preside e avete un sacco di studenti romani nella vostra università romana.
Ora, per fortuna, voi siete saggi e ben istruiti. Avete davvero una conoscenza straordinaria e una saggezza strategica per un Preside. E allora cosa farete, sapendo che sta per verificarsi un'eruzione dal Vesuvio?

Sapete che sta per succedere. Non sapete esattamente come andrà , ma è ovvio, perché siete degli osservatori e siete consci del vulcano, non lo ignorate. Sapete che è un vulcano. E allora: cosa potete fare?

Avete alcune opzioni a disposizione.

Opzione numero uno. Scappare via e basta. Scappare, in preda al panico. Perdere la testa per la paura. “È terribile! Perché mai ho costruito qualcosa vicino a questo vulcano? Il cuore mi batte all'impazzata! Non riesco a dormire di notte! Il rischio, la paura, mi stanno sopraffacendo!” Cammini per la strada con il vessillo dell'Apocalisse, poi scappi, verso qualsiasi posto che possa sembrarti un po’ più sicuro.

Opzione numero due, altra possibilità: attaccare il vulcano. Il vulcano sta per eruttare e c'è bisogno di una soluzione tecnica. Forse c'è bisogno di un forte intervento concreto sul vulcano, tipo fare buchi sui pendii e sperare che la lava fuoriesca da lì. Oppure lo si potrebbe dichiarare illegale. Andare a Roma, parlare al Senato, e lanciare un anatema contro il vulcano. Forse si potrebbero sacrificare delle vergini, lanciandole nel vulcano. Si è tentato anche quello.

Opzione numero tre. Fare un sacco di copie delle cose. Copiare il canone. Questo materiale che si è tentato di trasferire ai giovani, trovare un modo diverso per evitare che non venga distrutto. Farne molte copie, e distribuirle ovunque. La soluzione del pubblico dominio. Trasferire dall'università queste cose in pericolo, collocarle in un sistema più vasto e distribuirlo, così che non vadano perduto.

L’opzione numero quattro è la più strana. Seppellire le cose di valore. Seppellire il prezioso canone proprio dove sai che il vulcano colpirà. Seppellirlo ben in profondità. Perché di fatto oggi molta della nostra conoscenza del mondo antico deriva dalle cose apparentemente abbandonate, a Pompei e altrove.

Se un Preside avesse fatto questo – se avesse solo fatto le cose che un normale, giovane Romano istruito doveva sapere... Le poesie di Saffo, tutte le commedie di Aristofane, l’opera omnia di Aristotele oltre all’Etica, molti dialoghi di Platone, opere teatrali, noiosi documenti tecnici di Alessandria su come si costruiscono le macchine a vapore... Se avesse messo queste cose in una cassetta di sicurezza non infiammabile, semplicemente seppellendole a Pompei, sarebbe stato l’uomo più famoso del mondo. Benediremmo continuamente quest'uomo per essersi comportato in un modo apparentemente insensato.

Se ce le avesse lasciate così, ai suoi discendenti lontani. Le cose che per lui erano comuni, di poco valore, ma di un valore tremendo per noi, che si sono perse col passare del tempo. Se solo lo avesse fatto.

Lo strumento, il servizio, la Rete e il codice. Queste sono cose di valore; vi presto molta attenzione. Io credo che all’Università dovete porvi delle domande sui servizi forniti dalla Rete. “Mi aiutano forse a connettere i morti con chi non è ancora nato?”

No – mi connetto con i clienti o con l’industria, oppure metto su una rete multidisciplinare di gruppi di lavoro con Bruxelles. Mi aiutano forse a connettere i morti con chi non è ancora nato? Questa dovrebbe essere la vostra versione della "network society".

Essere contemporanei va bene. Essere coscienti di cosa succede nel vostro tempo e spazio è una necessità. Essere temporanei non va bene.

Essere contemporanei è ottimo. Ne vale la pena. Come studiosi avete bisogno di una conoscenza più profonda di quanto va succedendo in tempo reale. Diventare temporanei e ipotecare il futuro rispetto alle cose temporanee – ciò non è saggio.

Collegare il morto con il non-nato. Se riuscirete a far funzionare questo, il futuro vi benedirà.

Grazie a tutti dell'attenzione.

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Traduzione dell'intervento originale in inglese di Bruce Sterling dal titolo: "Digital Culture, Network Culture, and What Comes Afterward".

Traduzione: Jasmina Tesanovic
Supervisione cyber: Luigi Milani
Revisione della traduzione: Bernardo Parrella

Traduzione italiana rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione-Condividi allo stesso modo 2.5 Italia.

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